La responsabilità è un costrutto psicosociale che trae le origini dai concetti di morale autonoma ed eteronoma di Piaget (1932) e di sviluppo morale di Kolberg (1981). Attraverso il loro lavoro di ricerca, questi autori osservano come la valutazione di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato sia una competenza precoce che caratterizza il comportamento sociale dell’essere umano. Agire con responsabilità è quindi un’azione che tiene conto delle aspettative sociali, rispetto ad un comportamento che sia conforme alle regole sociali, civili e penali.
Gaetano De Leo nella riforma del D.P.R. 448 del 1988 propose di inserire il concetto di responsabilità per la valutazione e l’intervento delle azioni devianti delle persone minorenni: l’art. 9 del D.P.R. 448/’88 afferma che la valutazione della personalità del giovane deviante, deve indicare il “grado di responsabilità” con il quale la persona minorenne si confronta con quell’azione. Il “grado di responsabilità” è la capacità che ha di rispondere della propria azione, ad un soggetto legittimato a chiederne conto. Ancora, la responsabilità è il criterio che guida l’intervento della messa alla prova (art.28), istituto, allora e ancora oggi innovativo, del processo penale minorile. Il ragazzo o la ragazza che agisce un reato deve saper regolare il proprio comportamento in relazione ai ruoli e alle regole del contesto all’interno del quale sta svolgendo un’attività sociale e ciò in funzione dell’incremento della propria capacità di essere responsabile, ovvero del suo livello di responsabilizzazione, maturazione e revisione critica dell’atto.
Abbiamo pensato che nel ventennale della scomparsa, di colui che consideriamo il nostro maestro, fosse importante confrontarci con altri esperti e operatori del settore, rispetto all’attuale stato dell’arte della giustizia minorile, dalla valutazione dell’imputabilità minorile, all’intervento con minorenni e giovani adulti autori di reato, con particolare attenzione a come il “decreto Caivano” abbia inciso e stia incidendo sulle azioni giudiziarie, sulla tipologia della popolazione reclusa presso gli IPM e sul mancato accesso alla messa alla prova rispetto ad alcune tipologie di reato.