L’obbligo di referto all’interno della relazione terapeutica

La storia di Simone

Le sedute con Simone sono sempre state piene di silenzi. E’ un ragazzo di vent’anni, ha finito il liceo scientifico a diciannove anni e dopo molti tentennamenti si è iscritto all’università, architettura, vive con i genitori e la sorella in una bella casa in un quartiere residenziale di Roma, sempre la stessa. Nonostante non si sia mai spostato dal suo centro di gravità originario, racconta di avere pochi amici, di sentire la pressione sociale che lo vorrebbe divertente e spigliato come i suoi coetanei, intimamente si sente sempre sotto giudizio, sempre impacciato e fuori fuoco, distratto. Porta con sé un profondo vissuto di fallimento, di inadeguatezza. Frequentemente inizia cose che poi non porta a termine, come se a un certo punto esaurisse l’energia che gli serve per insistere, che sia uno sport, un hobby, una frequentazione. Non ha mai avuto una vera relazione sentimentale, non gli va - dice - di stressarsi, è molto difficile per lui essere in una relazione intima, essere “in confidenza”, gli viene subito un impulso a ritrarsi, a scomparire, a non impegnarsi. Il suo raccontarsi in terapia, anche, è laconico, poco articolato, prudente. La terapeuta che lo segue da un anno ha avuto per lungo tempo il pensiero che anche per i loro incontri Simone avrebbe potuto perdere energia, avrebbe potuto innalzare un muro e andarsene. Invece, rispetto alla terapia, Simone è costante. Questa evidenza è stata oggetto di una restituzione importante che la terapeuta ha potuto fargli, appena l’alleanza terapeutica le è sembrata sufficientemente radicata. In terapia, Simone resta, scambia, collabora alla costruzione di uno spazio di fiducia, dove non sentirsi costantemente in allarme.

Su questa scia un giorno arriva un colpo. Simone si presenta in seduta agitato, sulle spine. Racconta di aver incontrato al parco del quartiere il fratello minore di un suo amico. Lo descrive come un ragazzo simpatico, solare, delicato. Frequenta l’ultimo anno della scuola dov’è andato anche Simone. Mentre parlano, il ragazzo gli dice che tra tre settimane partirà in gita con la classe. Ad accompagnare la classe sarà lo stesso professore di matematica che ha accompagnato la classe di Simone durante la gita del suo ultimo anno di scuola. Simone aveva già parlato in terapia di questo professore, nel suo modo laconico, affrettato, vago. Qualcosa nel loro rapporto di fiducia era andato storto. E ora Simone racconta che durante la sua gita scolastica, il professore aveva insistito perché lui dormisse in una stanza singola e poi, l’ultima notte, aveva avuto nei suoi confronti comportamenti sessualmente abusanti. Racconta di essere rimasto talmente colpito che aveva provato per lungo tempo a ricostruire l’accaduto dandogli un’interpretazione diversa, che potesse scagionare la condotta del professore e mettere a tacere la vergogna profonda che quell’evento gli aveva lasciato. Poi aveva smesso di pensare, aveva censurato il fatto, chiuso i rapporti con il professore - tanto la scuola era finita -, poteva cambiare pagina, poteva spostarsi da lì. Ora l’incontro con il fratello dell’amico aveva riportato tutto a galla.

La vergogna, la paura, la rabbia, il disgusto. La seduta scorre nel racconto. La terapeuta domanda, Simone ripercorre la storia. Ma ancor più che domandare, la terapeuta cerca di far sentire a Simone la sua vicinanza, la sua comprensione, la sua, la loro tenuta. Mancano dieci minuti alla fine della seduta e la terapeuta sa che deve affrontare un compito oneroso e delicatissimo: dire a Simone che, come professionista sanitaria, lei è tenuta all’obbligo di referto. L’abuso sessuale nei confronti di un minorenne è uno di quei reati per cui il Codice Penale, con l’articolo 365, prescrive che, laddove un professionista come lo psicologo ne venga a conoscenza nell’esercizio del proprio lavoro, debba riferirne all’Autorità Giudiziaria, per tutelare chi lo ha subìto e scongiurare la possibilità che il reato sia reiterato. La terapeuta cerca di comunicare a Simone questa necessità nel modo più affettivo possibile. Sa che la fiducia che hanno costruito faticosamente nell’ultimo anno è il baluardo perché Simone possa accettare questo passaggio. Ma sa anche che non può darlo per scontato. E infatti Simone si agita. Non vuole, ha paura. La terapeuta prova a rassicurarlo, gli dice anche che nella sua relazione dirà lo stretto necessario, come prescrive l’articolo 13 del Codice Deontologico degli Psicologi, che disciplina il segreto professionale. Ma gli dice anche che, oltre il fatto che il referto è azione obbligatoria, è importante che, accanto al lavoro che loro stanno facendo e faranno sul significato psicologico di questo trauma nella vita intima di Simone, anche nella realtà fuori dal luogo della cura psichica si definisca un perimetro di quell’avvenimento, e che questo passaggio non ha a che fare con il tradimento di un’alleanza, ma è anzi parte del suo radicarsi. La terapeuta sa anche un'altra cosa: che il termine per la presentazione del referto — fissato dall'articolo 334 del Codice di Procedura Penale — è di quarantotto ore, salvo che vi sia pericolo nel ritardo, nel qual caso il referto va presentato immediatamente. Valuta che qui non c'è quel pericolo: la gita è tra tre settimane, non tra due giorni, e nulla indica un rischio imminente. Ha quindi davanti a sé l'intero margine che la legge le concede — e decide di usarlo tutto, non per rimandare, ma per costruirlo insieme a Simone. Propone una seduta straordinaria dopo due giorni, ancora dentro il termine, per continuare a parlarne prima che il referto parta. Simone accoglie la proposta con evidente sollievo, ed esce dall'incontro ancora scosso, ma non più in stato di allarme.

Durante l’incontro successivo troverà ancora spazio la memoria dell’accaduto, le considerazioni sulla necessità di proteggere altri ragazzi da esperienze simili, la consapevolezza che è in corso un lavoro psicologico che resisterà a questa scossa e che potrà anche esserne arricchito, liberando un’energia psichica che era stata compressa dal segreto e dall’evitamento.

Quattro mesi dopo, ricordando quel pomeriggio, Simone dirà che qualcosa, da allora, si è mosso — non riesce a dire bene cosa, ma qualcosa di importante si è mosso, nello spazio tra lui e il mondo.

Questo caso mostra qualcosa che vale la pena osservare con attenzione: l'obbligo di referto non è un corpo estraneo calato nella cura, è parte della competenza clinica di chi la esercita bene. L'articolo 365 del Codice Penale non lascia spazio di scelta sul "se". Ma tra il "se" e il "come" c'è un margine — l'articolo 13 del Codice Deontologico, lo stretto necessario; l'articolo 334 del Codice di Procedura Penale, le quarantotto ore o l'immediatezza solo in caso di pericolo — che troppo spesso, nell'ansia del momento, si dimentica di abitare. Non sono vincoli che si subiscono: sono strumenti che si maneggiano con responsabilità, e la differenza tra il referto che rompe e quello che si integra nella cura sta anche lì. Due tentazioni opposte insidiano questo margine, entrambe comprensibili. Trattare il referto come atto puramente burocratico, da eseguire in fretta: protegge il professionista dall’incorrere in una condotta sbagliata, ma rischia di creare una frattura nel rapporto terapeutico. Oppure trattenersi, temporeggiare oltre il necessario fino a non presentare il referto per timore di spezzare l'alleanza: qui è la relazione a passare sopra la norma, e la condotta del professionista si compromette. Simone e la sua psicoterapeuta hanno attraversato il passaggio senza che accadesse nessuna delle due cose — non per automatismo, ma perché hanno lavorato sul margine invece di ignorarlo. È innegabile: questo margine non elimina il rischio rispetto alla tenuta dell'alleanza. Ma è qui che la deontologia smette di essere un elenco di articoli e diventa identità professionale.

Per tenere a mente: 

Su obbligo di referto/denuncia: https://ordinepsicologilazio.it/post/referto-denuncia

Hai un quesito etico che riguarda la tua pratica professionale? Chiedi un parere all’Osservatorio Deontologico: https://ordinepsicologilazio.it/post/richiedi-parere