Morire in un cpr: rituali funebri e salute collettiva

La civiltà di un popolo si riconosce dal culto dei morti, anche quando questi morti vengono da altrove

È notizia di poco tempo fa di un’altra morte avvenuta in detenzione, quella di un ragazzo di 25 anni di origine maghrebina detenuto nel CPR di Bari Palese. Quale era il suo nome? Da dove veniva esattamente? Quale era la sua storia e soprattutto quale il suo progetto migratorio?

Ogni persona che lascia il proprio paese per arrivare nel nostro è portatore di aspettative e sogni di varia natura, che necessariamente la morte interrompe in modo netto e definitivo. Potremmo dirci che questo vale per chiunque di noi, qualunque vita, qualunque programma viene interrotto dalla morte, ma ogni cultura ha i propri rituali per permettere alla continuità fra vita e morte di essere percepita da chi resta. La finalità è sia dominare la paura del trapasso, sia ricucire il tessuto connettivo del gruppo per riorganizzare le dinamiche interne della comunità che ha subito la perdita. Nel rintracciare l’origine, dettata da una necessità esistenziale dell’essere umano, di seppellire i propri defunti accompagnandoli con rituali cerimoniali, possiamo imbatterci negli scheletri Neanderthal che sono stati ritrovati coperti da uno strato di polline che ha fatto pensare ad un omaggio floreale come un arcaico simbolismo.

Alcuni esempi di rituali presenti nelle culture “altre” possono essere quello del gruppo etnico Igbo, che vive nel Sud della Nigeria e denominato Ikwa Ozu che significa “celebrare i morti” ed indica la cerimonia nota come “seconda sepoltura”. Questa può avere luogo poche settimane o diversi anni dopo la prima sepoltura, in quanto per organizzare un rito appropriato a seconda dell’età del defunto e della sua posizione nella società può richiedere ingenti somme di denaro. Le cerimonie sono infatti molto sontuose e la famiglia provvede a dare da bere, da mangiare e intrattenere gli ospiti con balli e spettacoli per diversi giorni (fino a una settimana per i membri più illustri della società). Elementi comuni a tutte le ikwa ozu sono il momento del trasporto del corpo in un secondo luogo dopo che è stato sepolto (motivo per cui la tradizione viene definita appunto “seconda sepoltura”) e il momento dell’ino uno akwa. Questo rito prevede che la figlia maggiore – ada – consumi il pasto preferito del defunto tutto il giorno in completo silenzio, in modo da fornirgli cibo a sufficienza per l’aldilà. Nella tradizione Igbo la morte non rappresenta la fine della vita, ma una transizione verso un nuovo mondo e l’ikwa ozu ha lo scopo di riunire il defunto ai suoi antenati. 

La sepoltura celeste è un antico rito funerario tibetano, ancora oggi largamente praticato, in cui il corpo del defunto viene posto su un’alta vetta, in modo che gli avvoltoi possano banchettarvi. Quella che a prima vista potrebbe essere considerata una macabra usanza, cela invece uno scopo simbolico per il popolo tibetano. Secondo la cultura buddhista, il corpo è un semplice involucro che permette di compiere il viaggio della vita. Dopo la morte lo spirito abbandona il corpo, che di conseguenza rimane vuoto e non ha alcuna necessità di essere conservato. Lasciare il proprio corpo in pasto agli avvoltoi è inoltre un atto finale di generosità da parte del defunto nei confronti del mondo della natura. In Tibet questa pratica è infatti nota come jhator, che vuol dire “fare l’elemosina agli uccelli”, e crea un legame con il ciclo della vita e aiuta il defunto a ripagare i suoi “debiti karmici” con gli esseri viventi. Secondo l’usanza tibetana è un buon segno se il corpo viene completamente consumato, perché si ritiene che gli avvoltoi non consumerebbero il corpo di qualcuno che ha commesso atti malvagi. Infatti gli avvoltoi sono animali venerati in quanto rappresentazione dell’equivalente buddhista degli angeli. Benché abbia un significato religioso, questo tipo di sepoltura risponde ad esigenze pratiche. In gran parte del Tibet, a causa delle grandi altitudini, il terreno è spesso ghiacciato, rendendo ostico scavare fosse. E laddove non è ghiacciato è spesso roccioso e la scarsità di legname rende poco praticabile la cremazione.

Per non cadere nella fascinazione dell’esotico (che racchiude in sé sempre il rischio di mettere poi distanza da ciò che è troppo differente da noi), accenniamo a ciò che tutti e tutte conosciamo molto bene, essendo italian*, e cioè il rito funebre cattolico: è molto più di un semplice addio al defunto. È un rito ricco di significati spirituali, con un ruolo molto importante per la comunità religiosa. Per i cattolici, infatti, è un momento di passaggio: una celebrazione della vita eterna promessa da Cristo attraverso la sua morte e risurrezione. Il primo momento è la veglia: familiari e amici si riuniscono per pregare, condividere ricordi e offrirsi sostegno reciproco; può tenersi a casa del defunto, in chiesa oppure in uno spazio appositamente allestito a questo uso, ad esempio una casa funeraria. Il secondo momento del rito funebre cattolico è quello del funerale in chiesa. La messa funebre è il cuore del rito cattolico, poiché segna il passaggio dalla vita terrena e quella eterna. L’ultimo momento del rito funebre cattolico è quello della sepoltura, che avviene in cimitero dopo che i partecipanti alla celebrazione hanno accompagnato il feretro in corteo. In questa fase, dopo un ultimo saluto, la bara viene definitivamente interrata, oppure se il defunto, mentre era ancora in vita, aveva espresso la volontà di essere cremato procede verso il forno dove avverrà la cremazione e la successiva conservazione delle ceneri nell’urna funeraria.

Infine, per avvicinarci a quella che (presumibilmente) era la religione del ragazzo maghrebino detenuto nel CPR di Bari, i riti funebri islamici si basano su sobrietà, rapidità (sepoltura solitamente entro 24-48 ore) e profondo rispetto, la cremazione è vietata. Il corpo viene lavato (Ghusl) un numero dispari di volte da persone dello stesso sesso e avvolto in semplici lenzuola bianche (3 per gli uomini, 5 per le donne), simbolo di uguaglianza davanti a Dio. Avvolto il corpo in un sudario bianco (Kafan) e inumato direttamente nella terra sul fianco destro, con il volto rivolto verso la Mecca. In Italia, per motivi sanitari, si utilizza un cofano di legno; la cerimonia include la preghiera collettiva Salat al-Janazah e si conclude con un lutto di 3 giorni.

Anche se le modalità che sanciscono e accompagnano la morte variano fortemente fra gruppi culturali, è tendenzialmente comune riconoscere nella morte un fatto non solo individuale ma anche sociale (come afferma l’antropologo Robert Hertz). La morte è un avvenimento che determina una crisi nel gruppo familiare, in quello più ampio del clan, della tribù, della società locale. Rompendo l’equilibrio dinamico della vita collettiva, provoca un vuoto sociale che risente della rilevanza che il defunto aveva nella vita sociale; ed in ragione di ciò la morte è vissuta come una minaccia per la coesione sociale. Ecco perché, per farvi fronte, le strutture sociali hanno sempre strutturato e codificato rituali.

Per quel che riguarda il concetto di lutto tanto caro alla psicologia, la cultura fornisce le storie, i simboli e le regole che aiutano le persone a interpretare il dolore e a dargli un senso. In alcune società il lutto è espresso apertamente, con funzioni collettive che durano giorni o settimane. In altre, il dolore è più privato e contenuto. Queste differenze non sono banali: influenzano profondamente il modo in cui chi ha subito una perdita si percepisce, comunica il proprio dolore e riceve sostegno dagli altri. Le norme culturali possono infatti: facilitare il confronto e l’espressione emotiva, modellare l’interpretazione del lutto (es. come prova da affrontare, come passaggio di maturazione, come trasformazione spirituale come afferma Losi), definire cosa è “appropriato” o meno nel pianto, nell’assenza di pianto o nella partecipazione sociale. “Colgo le profonde paure che derivano dal non rispettare le tradizioni, paure che diventano così reali e angosciose nei sogni che il paziente avverte come premonitori” (Massimilla, B. 2012).

La morte di un ragazzo maghrebino in stato di detenzione presso una struttura del nostro governo ci impone almeno due ordini di riflessioni: una riguarda il rapporto della nostra società verso la morte e potrebbe comprendere domande quali “come ci poniamo noi nei confronti di questa rottura individuale e sociale imposta dalla morte? Nell’elaborazione del lutto quanto poco si parla di morte ai bambini e nelle nostre scuole? A chi demandiamo l’organizzazione e la gestione dei rituali di significazione di questo momento così identificativo nella vita di ognuno di noi, se non ne riusciamo a parlare in vita, nelle azioni quotidiane e nelle scelte familiari?”

La seconda dimensione di riflessività riguarda invece altre culture ma nella personificazione che le persone in migrazione rappresentano e ci portano anche morendo nel nostro paese (in questo particolare caso del ragazzo maghrebino, in assenza di libertà e senza l’affetto dei propri cari). Quali rituali sono possibili? Sarà possibile la continuità fra vita e morte nella comunità di appartenenza di questo ragazzo?  Come afferma Dubosc (2016) l’elaborazione del lutto è connessa alla capacità dei migranti di affermare dignità e continuità culturale, oltre che come resistenza alla marginalizzazione e all’oblio sociale.

La civiltà di un popolo si riconosce dal culto dei morti, anche quando questi morti vengono da altrove.

Dubosc, F. O. (2016) Approdi e naufragi. Resistenza culturale e lavoro del lutto. Tracce per una psicologia post-coloniale, ed Moretti e Vitali
Hertz, R., (1979) Sulla rappresentazione collettiva della morte, edizioni Einaudi.
Landuzzi, C. (2012) I rituali del morire nelle diversità etniche e culturali dell’ambiente urbano. IN_BO. Ricerche E Progetti Per Il Territorio, La Città E l’architettura, 3(4), 261–268. https://doi.org/10.6092/issn.2036-1602/3260
Losi, N. (2004) L’uovo bianco della gallina bianca. Ovvero: la terapia delle coppie miste nell’approccio etnopsichiatrico-sistemico-narrativo. In: Andolfi, M. (a cura di) Famiglie immigrate e psicoterapia transculturale, Milano, Franco Angeli.
Massimilla B., (2012) Una difficile sepoltura, in Rivista di psicologia analitica, NoiAltri, nuova serie 33, Volume 85, pp.179-184