Studi professionali: l’Ordine verso il ricorso al TAR Lazio

Il Consiglio approva una delibera che dà seguito alle iniziative di tutela contro le criticità della DGR 669/2026

Nella seduta del 12 ottobre 2026, il Consiglio dell’Ordine degli Psicologi del Lazio ha approvato all’unanimità una delibera che pone le basi per il ricorso al TAR Lazio contro la DGR n. 669/2026, che disciplina gli studi professionali sanitari non soggetti ad autorizzazione.

La decisione rappresenta un atto concreto di tutela da parte dell’Ordine, pone al centro della propria azione la salvaguardia  delle condizioni di esercizio della professione ed esprime la  volontà di contrastare disposizioni che rischiano di incidere profondamente sull’attività dei professionisti, sull’organizzazione degli studi e sulla sostenibilità economica delle loro attività, con possibili ricadute anche sull’accessibilità dei servizi psicologici per i cittadini.

Con la nuova DGR molte realtà professionali costruite nel corso degli anni, investimenti sostenuti per avviare e mantenere uno studio, collaborazioni consolidate e rapporti di fiducia con le persone che vi si rivolgono potrebbero dover chiudere. Una rete diffusa di servizi psicologici di prossimità che garantisce ai cittadini la possibilità di accedere all’assistenza psicologica sul territorio potrebbe scomparire. L'impatto non riguarda, quindi, soltanto i professionisti, ma anche i cittadini che potrebbero perdere un importante punto di riferimento, con conseguenze sulla continuità dei percorsi di cura e sull’accessibilità delle prestazioni. È anche per salvaguardare questo patrimonio professionale e umano, e insieme tutelare il diritto dei cittadini all’assistenza psicologica, che l’Ordine ha deciso di intervenire.

Non soltanto il requisito catastale: le criticità della nuova disciplina

Al centro delle contestazioni vi è innanzitutto il requisito secondo cui l’unità immobiliare destinata a studio professionale non deve essere classificata al catasto come abitazione, salvo il caso di uso promiscuo. 

Una previsione che l’Ordine ritiene ingiustificata, poiché la classificazione catastale non è di per sé indicativa dell’idoneità igienico-sanitaria o della sicurezza dello studio. La sua applicazione rischia di mettere in difficoltà numerosi professionisti che esercitano in immobili a uso abitativo, anche all’interno di studi regolarmente avviati da anni, imponendo potenzialmente trasferimenti, riorganizzazioni e ulteriori costi.

Ma il requisito catastale non è l’unico elemento critico della DGR 669/2026. L’Ordine ha evidenziato anche altre disposizioni che rischiano di limitare le modalità con cui gli psicologi organizzano e svolgono la propria attività. Tra queste, il divieto di condividere la stessa unità immobiliare con professionisti non sanitari e le restrizioni all’utilizzo della medesima stanza, in giorni o orari differenti, da parte di professionisti appartenenti a discipline sanitarie diverse.

Si tratta di limitazioni che possono incidere sulla realtà professionali consolidate, nelle quali la condivisione degli spazi e la collaborazione tra figure differenti rappresentano modalità organizzative diffuse e funzionali alle esigenze dell’attività psicologica.

Le conseguenze rischiano di andare oltre le difficoltà dei singoli professionisti. L’aumento dei costi di gestione, la necessità di trasferire gli studi o l’impossibilità di mantenere determinate forme di collaborazione potrebbero ripercuotersi anche sulla disponibilità e sull’accessibilità dei servizi psicologici per i cittadini, soprattutto nei territori in cui l'offerta è già limitata.

Dall’interlocuzione con la Regione alla decisione del Consiglio

Nelle scorse settimane, dopo aver acquisito uno specifico parere legale, l’Ordine aveva trasmesso alla Regione Lazio una diffida e un’istanza di autotutela, chiedendo la modifica delle disposizioni relative alla classificazione catastale degli studi professionali. A seguito delle osservazioni formulate dall’Ordine e da altri soggetti rappresentativi delle professioni sanitarie, la Regione aveva comunicato di aver avviato un approfondimento sulle criticità emerse, prospettando possibili modifiche e integrazioni della disciplina vigente.

L’Ordine aveva accolto positivamente questa apertura, rilevando tuttavia che il riscontro ricevuto non forniva ancora una risposta concreta alle richieste formulate. In questo quadro, il Consiglio ha quindi deciso di predisporre le condizioni necessarie per procedere con il ricorso al TAR Lazio. Il ricorso potrà riguardare anche ulteriori criticità della nuova disciplina già evidenziate dall’Ordine.

Una scelta di tutela collettiva

La decisione del Consiglio comporta anche un impegno economico che l’Ordine ha scelto di assumersi direttamente, nell’interesse dell’intera comunità professionale. Una scelta che risponde alla volontà di affrontare collettivamente una questione che riguarda migliaia di psicologi, evitando che ai costi e alle difficoltà derivanti dalla nuova disciplina si aggiungano, per i singoli professionisti, anche quelli necessari per contestarla.

«Dietro ogni studio professionale ci sono anni di lavoro, investimenti, sacrifici e progetti di vita. Ci sono professionisti che hanno costruito con impegno la propria attività e che oggi si trovano a fare i conti con regole che rischiano di mettere in discussione ciò che hanno realizzato. Non possiamo considerare tutto questo una semplice questione burocratica, né ignorare le preoccupazioni di chi teme di dover lasciare il proprio studio, affrontare spese impreviste o rinunciare a collaborazioni professionali consolidate. È proprio in situazioni come questa che un Ordine professionale deve far sentire la propria presenza. Il nostro compito non è soltanto rappresentare la professione, ma anche intervenire concretamente quando le condizioni del suo esercizio vengono messe a rischio. Per questo il Consiglio ha scelto di assumersi la responsabilità e i costi dell'iniziativa legale: perché una questione che riguarda l'intera comunità professionale merita una risposta collettiva, e perché non vogliamo che ai nuovi oneri imposti ai professionisti si aggiungano anche quelli necessari per difendere il proprio lavoro. Non chiediamo privilegi né deroghe alla sicurezza. Chiediamo regole giuste, proporzionate e rispettose delle caratteristiche della nostra professione. È su questo che continueremo a impegnarci, con la fermezza che i professionisti si aspettano dall'istituzione che li rappresenta», dichiara Paola Medde, Presidente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio.

L’Ordine resta disponibile a individuare insieme alla Regione Lazio una soluzione che consenta di superare le criticità evidenziate, salvaguardando le esigenze di tutela della salute senza imporre ai professionisti vincoli e oneri sproporzionati rispetto alle attività svolte. La decisione di procedere verso il ricorso al TAR non modifica questo obiettivo: ottenere una disciplina equilibrata, che garantisca la sicurezza dei cittadini senza compromettere il lavoro di chi ogni giorno offre loro assistenza e sostegno psicologico.

Gli aggiornamenti sulle prossime iniziative saranno comunicati attraverso il sito istituzionale.