Leggevo l’altro giorno un articolo di Michele Serra che ragionava criticamente sull’utilizzo dell’immagine animata di Greta Garbo, “resuscitata” tramite AI per diventare la testimonial, giovane e bella, della campagna pubblicitaria di un’azienda meccanica svedese, con approvazione degli eredi.
Nel 2020, l’emittente televisiva coreana MBC ha prodotto il documentario I Met You, in cui una madre, Jang Ji-sung, ha potuto “rivedere” la figlia Nayeon, morta a sette anni per una malattia incurabile. Attraverso un visore VR e guanti aptici, la donna ha teso la mano verso il clone digitale della bambina, ricostruita attraverso la modellazione 3D e il campionamento vocale a partire da vecchi filmati di famiglia. Il video dell’incontro ha fatto il giro del mondo. Molti si sono profondamente commossi guardandolo. Pochi si sono chiesti cosa stesse accadendo, psicologicamente, in quel momento.
Negli ultimi anni sono proliferati ovunque i servizi che consentono, con formulazioni diverse, una versione di questo stesso incontro: chatbot addestrati sui messaggi del defunto, cloni vocali generati dall'intelligenza artificiale, avatar tridimensionali che rispondono, che ricordano, che — in qualche senso — continuano. HereAfter AI, StoryFile, il più recente You, Only Virtual. Il mercato esiste, cresce, e risponde a qualcosa di reale: il desiderio, struggente e irriducibile, che chi abbiamo amato non finisca del tutto (Euridice è uscita dall’Ade, Orfeo non si è voltato).
Come è noto, Freud, in Lutto e melanconia, descrive il lavoro del lutto come un processo di disinvestimento progressivo: la libido, che era legata all'oggetto perduto, deve lentamente ritirarsi da esso per poter essere reinvestita altrove. È un processo doloroso, a cui la mente tende a resistere — perché abbandonare l'oggetto significa abbandonare anche una parte di sé che in quell'oggetto si rispecchiava e viveva. Ma è un processo necessario. Il lutto, nella sua accezione clinica, non è la cancellazione del morto dalla mente: è la trasformazione della relazione con lui, da presenza a rappresentazione. Chi muore non scompare dalla psiche di chi resta: cambia statuto, diventa voce, diventa presenza immateriale (la morte è la curva della strada / morire è solo non essere visto, scriveva Pessoa).
Klass, Silverman e Nickman, con la loro teoria dei continuing bonds, hanno in parte rivisto le teorizzazioni tradizionali del lutto e hanno mostrato che mantenere una relazione con chi non c’è più — trasformata, interiorizzata, simbolica — è non solo normale ma molto adattivo per la psiche. Il problema è quando quel legame impedisce la trasformazione, quando si incista e tiene il soggetto in ostaggio, ancorato a una relazione che non può più evolversi.
Ed è qui che l'intelligenza artificiale introduce qualcosa di clinicamente inquietante.
Un chatbot addestrato sui messaggi di una persona defunta non è una rappresentazione interna. È un oggetto esterno che simula artificiosamente una presenza. Risponde. Si adatta. Genera risposte nuove che il sistema ha inferito dal suo pattern linguistico o anche dai desideri espressi dall’utilizzatore del dispositivo. Per lui, per l'utente, l'esperienza soggettiva può essere di straordinaria somiglianza — la cadenza, le espressioni tipiche, persino le piccole ironie e i vezzi segreti che solo chi conosceva intimamente quella persona sa riconoscere.
Cosa produce questo tipo di sopravvivenza nel mondo affettivo di chi è in lutto? Margaret Stroebe e Henk Schut, con il loro Dual Process Model of coping with bereavement (oggi uno dei riferimenti più solidi nella ricerca empirica sul lutto), descrivono il lutto non come una progressione lineare per stadi discreti, ma come un'oscillazione continua tra due orientamenti: uno rivolto alla perdita — il dolore, il rimpianto, il confronto con l'assenza — e uno rivolto alla restaurazione (restauration in inglese), cioè alla riorganizzazione della propria vita senza il defunto. Questa oscillazione non è un segno di ambivalenza patologica ma è il meccanismo stesso attraverso cui il lutto si elabora, in un processo dinamico di regolazione progressiva. La psiche ha bisogno di avvicinarsi alla perdita e poi allontanarsene, in un ritmo che nel tempo tende a spostarsi verso un adattamento funzionale.
Un oggetto che prende le fattezze della persona morta e ne simula le espressioni rischia di bloccare questa oscillazione al suo punto di partenza. Così, l'orientamento alla perdita non trova mai il suo naturale esaurimento. E l'orientamento alla restaurazione — il difficile lavoro di costruire una vita nuova, di reinvestire il mondo — viene continuamente differito. Non perché chi è in lutto sia vulnerabile in senso patologico, ma perché lo strumento stesso non lascia spazio al movimento, continua a mandare una voce concreta dove bisognerebbe invece sintonizzarsi su altre frequenze (è anche quello che accade, senza andare troppo lontano, quando le pagine social delle persone che non ci sono più continuano ad accogliere nuovi messaggi, dove il dialogo non è più possibile).
Katarzyna Nowaczyk-Basińska, ricercatrice al Leverhulme Centre for the Future of Intelligence dell'Università di Cambridge e tra le voci più attente a questo fenomeno, ha coniato l'espressione digital afterlife industry per descrivere un mercato che negli ultimi anni ha smesso di essere una nicchia per diventare un settore autonomo, con proprie logiche commerciali e quasi nessuna regolamentazione. Insieme al collega Tomasz Hollanek, ha richiamato l'attenzione su un paradosso che dovrebbe interessare i clinici: uno strumento pensato per alleviare il dolore del lutto viene distribuito (con evidenti logiche di profitto) senza nessuna valutazione del momento in cui viene usato e delle risorse psichiche di chi lo usa. Questa superficialità sembra ignorare situazioni che i due studiosi definiscono vere ossessioni digitali. Eppure, l’AI Act europeo, entrato in vigore nell’agosto 2024, non menziona esplicitamente gli avatar post-mortem o i servizi di simulazione di defunti tra le applicazioni soggette a regolamentazione specifica.
C'è poi una questione più ontologica, che riguarda non il singolo lutto ma il nostro rapporto con la finitezza.
Questi strumenti non nascono dal nulla. Nascono in una cultura, la nostra, in cui la morte è stata progressivamente espulsa dall'esperienza quotidiana — confinata negli ospedali, gestita da professionisti, raramente attraversata in prima persona se non quando riguarda qualcuno di vicino. Il medievalista francese Philippe Ariès aveva già notato, negli anni Settanta, come la morte fosse diventata "selvaggia" — non più mantenuta domestica dai riti, dalle comunità, dalla familiarità con il corpo del morto, ma rimossa, medicalizzata, espulsa, resa invisibile. I simulacri digitali dei defunti sono, da questo punto di vista, un prolungamento di quella stessa logica: non aiutano a stare in relazione con la perdita, ma a differirla, a renderla meno reale, a spostarla in un’altra dimensione che scorre senza accadere veramente.
Ma se normalizziamo l'idea che la morte possa essere tecnologicamente aggirata cosa stiamo insegnando a noi stessi sulla perdita? Cosa stiamo rendendo definitivamente più difficile tollerare?
Orfeo deve voltarsi. Euridice appartiene ormai già a un altro mondo.
L’Uva della Volpe
Fotogramma tratto dallo spot pubblicitario SKF (2026) / Courtesy of SKF