Sono nata all’inizio degli anni settanta. Nella mia adolescenza, il cancro non era solo una malattia terribile, era anche un’esperienza quasi innominabile. Come per tutti i tabù, vi era associata una qualità di limite, un confine presidiato da mostruosi guardiani della porta, al di là del quale c’era un’angoscia radicale che aggiungeva alla malattia i connotati dell’indicibile. La stessa parola era scottante: a volte si usava il termine tumore, ma più ancora si diceva “un brutto male”. Dalla psicologia sappiamo che ogni tabù prevede un divieto e che il tabù è profondamente perturbante sul piano emotivo: la coscienza vorrebbe sbarazzarsi del dolore profondo che implica entrare in contatto con l’esperienza-limite.
Negli ultimi anni, la percezione collettiva dell’esperienza delle patologie oncologiche sta lentamente cambiando. Tanti sono i fattori di questo cambiamento. Dal punto di vista medico, per molti tipi di tumore la ricerca e la cura hanno fatto passi giganteschi. Si è investito molto nella prevenzione, puntando sulla diagnosi precoce, che permette interventi mirati tempestivi. Molto si è investito anche sui tipi di cura a disposizione, consentendo in parte alle persone di avere una vita meno invasa dalla gestione della malattia.
Ma è importante dire che insieme, accanto ai progressi della medicina, è in corso un cambiamento più sottile. La superficie liscia del tabù si è incrinata. Molte persone malate hanno dichiarato la natura della loro malattia, hanno osato dire pubblicamente “ho un cancro”. Molte persone malate hanno messo in crisi anche il correlato bellico del linguaggio legato alla relazione con la malattia oncologica. Non soltanto guerrieri che lottano, che vincono se guariscono o perdono se non guariscono, ma individui che si confrontano con un passaggio di dolore, di fragilità, di sconcerto e di paura profondi, che mette in crisi primariamente il senso di incolumità della propria vita e, a cascata, tutti gli assetti noti dell’esistenza. Ognuno di noi sa che ci si ammala e che si muore, ma fare un’esperienza che costringe il corpo e la psiche a contattare crudamente questa evidenza è un’altra cosa.
Sappiamo che il sentimento di essere accolti e supportati è vitale per tutti. Per chi è malato, percepire intorno a sé comprensione e presenza, invece che spavento e rigetto, è fondamentale. Ed è importante non solo nelle relazioni prossimali, con gli affetti più vicini, ma anche nelle interazioni sociali più diffuse. Per questo, è un segnale positivo che pubblicamente si inizi a parlare in modo più intimo dell’esperienza del tumore, che chi si ammala non sia anche costretto al silenzio e all’isolamento. Parlarne rende permeabile la soglia tra il dicibile e l’indicibile e rende l’esperienza possibile - dolorosissima, ma possibile.
In questo dire intimo, c’è anche il dire rispetto alla richiesta di aiuto. Sempre più persone note al pubblico (le cito perché in qualche modo sono uno specchio dei tempi) nel raccontare la loro esperienza con la malattia oncologica, hanno anche raccontato di essersi fatti supportare da una terapia psicologica. E non soltanto nel momento drammatico della diagnosi, ma anche nella gestione emotiva del trauma nel lungo periodo, quando magari l’allarme clinico si è placato, ma emerge con più insistenza una sensazione di disorientamento annidato da qualche parte dentro di sé.
“L'ultimo anno è stato l'anno più duro della mia vita, dopo la fine della chemioterapia, proprio perché ho dovuto elaborare il lutto - il lutto di quella donna che ero e che non ci sarà mai più, quella donna spensierata che non doveva preoccuparsi di una recidiva, quella donna che non avevano una cicatrice che le spezzava il corpo in due (...). È importante parlare di questa cosa, perché non è scontato - per cui quando poi vedono che ricrescono i capelli tutti pensano: “Ah, adesso stai bene” e invece inizia il periodo più difficile. Adesso ne sto uscendo, però ne sto uscendo adesso, dopo un anno, per cui, sì, (...) è proprio quello: è un lutto che si deve elaborare: quello di una vita e di una spensieratezza che non tornerà mai più".
Questo è quello che ha detto Bianca Balti in conferenza stampa nell’ultima edizione del Festival di Sanremo, di cui è stata co-conduttrice. In un’altra occasione, Balti ha parlato del suo percorso con una psiconcologa, che l’ha aiutata a uscire da una condizione emotiva che lei definisce “una vera e propria depressione”.
La psiconcologia è un intervento di supporto e di cura che risponde alle molte esigenze collegate all’esperienza della malattia.
Un servizio per i cittadini: il Bonus Psiconcologia
Il Bonus Psiconcologia è un’importante iniziativa, promossa dalla Regione Lazio e gestita dall’Ordine degli Psicologi del Lazio, che si rivolge a pazienti adulti con diagnosi oncologica e ai loro familiari, con un'attenzione particolare alle fasce più vulnerabili, come i figli minorenni, con l'obiettivo di agire in ottica preventiva nella gestione delle conseguenze emotive e relazionali, dirette e indirette, legate alla malattia stessa.
I beneficiari del Bonus Psiconcologia possono scegliere autonomamente il professionista a cui affidare l’esecuzione degli interventi, tra le Psicologhe e gli Psicologi che hanno aderito all’iniziativa.
Per i pazienti è disponibile il portale dedicato Psiconcologia.lazio.it. Accedendo alla propria Area riservata su tale sito, le persone interessate potranno gestire in autonomia l’intero percorso.
I dati del monitoraggio dei primi mesi del servizio, restituiscono il profilo di un'iniziativa capace di garantire a un numero crescente di cittadini l'accesso gratuito a un percorso di sostegno psicologico attraverso una rete professionale ampia, qualificata e diffusa sul territorio.
Se hai bisogno di supporto psicologico per una malattia oncologica, aderisci all’iniziativa. Se conosci qualcuno che potrebbe usufruirne, passagli il suggerimento.
Si può dire, si può attraversare.