Perché no, non siamo tutti un po’ psicologi

La tutela della professione psicologica è una questione collettiva

Buone notizie: il trend di gradimento della psicologia è in crescita. Dallo psicologo non ci vanno più solo le persone gravemente disturbate, non è una cosa da nascondere, non è inutile. Lo psicologo nelle serie TV non è più senz’altro l’assassino psicopatico. Qualcosa è definitivamente cambiato nella rappresentazione sociale della psicologia e chi fa questa professione non può che notarlo con soddisfazione. C’è più disinvoltura nel parlare di psicologia durante le conversazioni social, anzi c’è quasi una spensierata spudoratezza nell’evocarla, come se fosse diventato di moda avere dimestichezza con il linguaggio psicologico. Questa “confidenza” però non sempre è accompagnata dalla conoscenza del profilo formale del professionista psicologo.

La psicologia è una disciplina scientifica a tutti gli effetti. Lo psicologo o la psicologa interviene su persone, famiglie, gruppi e organizzazioni attraverso strumenti e tecniche fondati su modelli teorici riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale. Non si improvvisa, non si impara in un corso di otto weekend, non si acquisisce con l'esperienza personale e decisamente non basta avere una spiccata empatia. Si studia — a lungo, con rigore — e poi si supera un percorso abilitativo preciso.

In Italia la professione psicologica è regolamentata dalla Legge 56 del 1989, che ne definisce le attività caratterizzanti, e dal 2018 è riconosciuta ufficialmente come professione sanitaria dalla Legge 3/2018 — un passaggio tutt'altro che formale. Quel riconoscimento colloca la psicologia accanto alla medicina e alle altre professioni della salute, in coerenza con l'articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale della persona e interesse dell'intera collettività.

Essere psicologo o psicologa significa dunque aver completato una laurea magistrale in psicologia, aver svolto un tirocinio pratico-valutativo, aver superato la prova abilitante e — passaggio spesso sottovalutato — essere iscritti all'Albo professionale. Tutti e tre i requisiti, nessuno escluso. L'Albo non è una formalità burocratica: è la garanzia pubblica che quella persona ha le competenze per fare ciò che dichiara di fare.

La prossima volta che qualcuno si presenta come "psicologo" o "psicologa", vale la pena chiedersi: è davvero iscritto all'Albo? La risposta si trova in pochi secondi sul sito dell'Consiglio Nazionale degli psicologi. Ed è importante averne la certezza. Perché, quando si parla di salute, c'è qualcosa che riguarda la tutela di tutta la comunità.