Il Dipartimento di Psicologia della Sapienza Università di Roma, in collaborazione con l’Ordine degli Psicologi del Lazio, ha condotto una ricerca finalizzata a esplorare la sensibilità della comunità professionale rispetto ai temi del decoro e della dignità della professione nell’utilizzo dei social media, soprattutto a scopo autopromozionale. All’indagine hanno partecipato 2.291 psicologi e psicologhe iscritti all’Albo del Lazio, dei quali il 14.6% di genere maschile e l’84.5% di genere femminile, con un’età compresa tra i 24 e gli 84 anni (M = 43.40, DS = 12.32). Un campione altamente significativo che rappresenta circa il 9% dell’intera comunità professionale regionale. I partecipanti hanno compilato un questionario composto da domande, immagini e scenari costruiti a partire da situazioni reali segnalate all’Ordine, con l’obiettivo di comprendere come i colleghi e le colleghe percepiscano le diverse modalità di presenza online del professionista. Ai partecipanti è stato richiesto di esprimere il loro parere tramite una scala likert a 4 punti - “Per niente etico” (1), “Poco etico” (2), “Abbastanza etico” (3), “Etico” (4). Poiché la deontologia professionale necessita sempre un lavoro di contestualizzazione e deve essere declinata alla specifica situazione, l’utilizzo di una scala Likert, piuttosto che una scala dicotomica “sì/no”, ha permesso di cogliere le sfumature di giudizio che caratterizzano comportamenti non sempre riconducibili a una distinzione netta tra etico e non etico, soprattutto in riferimento a tematiche emergenti, come quelle legate al contesto online, ancora in fase di elaborazione teorica e normativa.
I risultati hanno mostrato una sostanziale convergenza nel distinguere tra comportamenti considerati etici e non etici sia nel mondo online sia nel mondo fisico. In particolare, la promozione della propria attività professionale online è stata generalmente percepita come compatibile con il decoro professionale: avere un profilo professionale su LinkedIn per presentare le proprie competenze (M = 3,71), utilizzare piattaforme online per i colloqui clinici (M = 3,62), avere un profilo professionale sui social network (M = 3,39) o utilizzare Internet per far conoscere la propria attività (M = 3,29) sono pratiche valutate positivamente dalla maggior parte dei partecipanti. Parallelamente emerge una forte attenzione al mantenimento di confini chiari tra sfera personale e professionale. La pubblicazione sui profili professionali di contenuti che espongono aspetti particolarmente intimi della propria vita privata, come fotografie di famiglia (M = 1,38), immagini con il partner (M = 1,38), contenuti religiosi (M = 1,63) o fotografie in costume da bagno (M = 1,15), viene generalmente considerata poco coerente con il decoro e la dignità della professione. Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda l’esistenza di una vera e propria “zona grigia”, collocata tra ciò che viene percepito chiaramente come etico e ciò che viene considerato non etico. Pur esprimendo valutazioni molto nette rispetto ad alcune condotte, i partecipanti hanno mostrato maggiore incertezza di fronte a pratiche che caratterizzano sempre più frequentemente la presenza professionale online. In questa area rientrano, ad esempio, la promozione di videocorsi sulla psicologia (M = 2,28), la vendita di servizi professionali attraverso il web, come pacchetti di sedute scontati (M = 2,02), o la sponsorizzazione di attività e prodotti collegati alla professione (M = 1,86). Tali comportamenti non vengono valutati in modo univoco dalla comunità professionale, ma appaiono strettamente dipendenti dal contesto, dalle modalità comunicative adottate e dalle finalità perseguite. Questo dato suggerisce come, più che una contrapposizione rigida tra comportamenti leciti e illeciti, esista un insieme di pratiche emergenti che richiedono una valutazione attenta e contestualizzata, evidenziando la necessità di orientamenti condivisi capaci di accompagnare i professionisti nell’utilizzo degli strumenti digitali.
Nel complesso, quindi la sponsorizzazione di sé è risultata l’unica dimensione valutata come chiaramente etica (M > 3,0). La sponsorizzazione di servizi e prodotti professionali ha ottenuto valutazioni intermedie (M = 2,05), configurandosi come una possibile “zona grigia”. Al contrario, la commistione tra vita privata e professionale online (M = 1,28) e i comportamenti esplicitamente contrari al Codice Deontologico (M = 1,27) sono stati giudicati significativamente meno etici e non differiscono tra loro nelle valutazioni espresse dai partecipanti.
La ricerca ha inoltre evidenziato alcune differenze legate all’età, al livello di specializzazione e all’effettivo esercizio della professione. I professionisti più giovani tendono a considerare maggiormente accettabili le attività di autopromozione e comunicazione online, mentre le generazioni più mature esprimono valutazioni più prudenti nei confronti della visibilità professionale sul web. Analogamente, chi esercita attivamente la professione mostra una maggiore apertura verso la sponsorizzazione di sé e delle proprie competenze, accompagnata però da una più marcata sensibilità rispetto al rischio di commistione tra vita privata e professionale. Tuttavia, queste differenze non modificano il quadro complessivo emerso dall’indagine: al di là delle diverse generazioni e dei differenti percorsi professionali, la comunità professionale esprime orientamenti ampiamente convergenti sui temi centrali del decoro digitale. Nel complesso, la sponsorizzazione di sé online risulta il comportamento valutato più positivamente (M = 3,36), mentre la commistione tra vita privata e professionale (M = 1,28) riceve valutazioni sovrapponibili a quelle attribuite ai comportamenti esplicitamente contrari al Codice Deontologico (M = 1,27).
In conclusione, i risultati mostrano una sostanziale convergenza tra la sensibilità espressa dalla comunità professionale e gli orientamenti già raccolti nel Vademecum deontologico per l’autopresentazione e l’esposizione degli psicologi e delle psicologhe nel web pubblicato dall’Ordine nel 2023. La ricerca offre quindi una base empirica utile per sviluppare ulteriori strumenti di orientamento e riflessione sul rapporto tra professione psicologica, comunicazione digitale e tutela dell’immagine pubblica della professione.
Direzione della ricerca: Anna Maria Giannini e Pietro Stampa
Coordinamento dei lavori, elaborazione dati e redazione del report: Clarissa Cricenti e Cinzia Schiappa
Contributo alla progettazione dello studio e supporto alle attività di ricerca: Viviana Manasci, Luca Milano, Dana Palumbo